OMBRE BIANCHE


Tutte le fonti parlano dei Celti della Carnia e del Friuli. Tutti li hanno visti: Strabone che parla nella Geografia afferma che Trieste è un villaggio dei Carni (ma Terg, la radice di Tergeste, proviene dallo strato venetico e vuol dire mercato), lo stesso vale per Tito Livio e per Plinio, autore della Naturalis Historia, tutti li vedono percorrere il territorio (Hallstatt non è lontana e nemmeno La Tène), ma le tracce sono evanescenti: qualche moneta, scritte, ma già romanizzate, nomi di dèi, Beleno ad esempio, citatissimo ad Aquileia, e il gran deposito dei nomi. Pare evidente che i Celti abbiano respinto i Veneti. Iscrizioni venetiche si dispongono ad arco, lasciando vuoto il territorio friulano, da Muggia risalendo lungo l'Isonzo in Slovenia e passando dietro il crinale delle Alpi Giulie. Nelle stesse zone s'individuano coerenti tracce celtiche: Muggia, Duino, e necropoli lungo il corso dell'Idria, affluente dell'Isonzo nella repubblica di Slovenia, Dernazacco nelle valli del Natisone.
Per la fisica dei vasi comunicanti questo territorio non può risultare vuoto: vi affluiscono infatti tribù celtiche.

Questi clan, che hanno buona conoscenza del Mediterraneo, stabiliscono relazioni commerciali costanti con la Magna Grecia e con la Sicilia di Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa (inizi del IV secolo a.C.) cui offrono mercenari, vendono cavalli e, assieme ai Veneti, commerciano in oro, argento, ferro, ambra, sfruttando tutti i passi che dal Friuli conducono alle miniere del Norico, già note ai Celti di Hallstatt.

Le monete celtiche trovate a Zuglio, lungo la strada del torrente Bùt (tutti gli idronomi del Friuli sono prelatini e in gran parte preceltici, da but = alveo) che porta al passo di Monte Croce Carnico, ne sono solo una spia.

Il balbettio dell'archeologo non è in grado di fornirci di più, dando origine a un eccesso di ipotesi e di induzioni.

Pur dando per certa la presenza dei Celti sul territorio, non siamo nemmeno in grado di quantificarne il numero.

Le usanze di accendere fuochi durante il solstizio d'inverno sui luoghi alti (fuoco d'Epifania, in friulano = pignarùl) o di lanciare dai monti della Carnia rotelle d'abete infuocate (in friulano = cìdulis) sono comuni a quasi tutti i popoli dell'area indoeuropea.

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